Racconto grottesco MANGIARE FINO A SCOPPIARE

Racconto grottesco, umoristico e con sfumature splatter.

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1 Abbuffate di fine d’anno

“In quelle vacanze invernali pigre e nebbiose, le mangiate pantagrueliche si susseguirono quasi senza sosta. I miei genitori erano all’estero e, per stare in compagnia, avevo invitato a casa alcuni amici che festeggiassero con me l’arrivo del nuovo anno.

Le danze si erano aperte la sera del trentun dicembre. In sette avevamo fatto fuori, nel dettaglio, un intero salame all’aglio, una quantità indefinita di bruschette assortite, un chilo e mezzo di spaghetti all’amatriciana, carne grigliata come se piovesse dal cielo, tre teglie di insalata di pollo e legumi con maionese.

E ancora: una cascata di patate al forno, due vassoi di spinaci al burro e formaggio, due placche di pomodori gratinati e verdure ripiene di carne, insalata greca, tre confezioni di sorbetto al limone (che serviva per “sgrassare”, come aveva dichiarato qualcuno), una zuppiera di mascarpone ai frutti di bosco, uno strudel, vin santo con cantucci e, infine, biscotti alle mandorle.

Più, ovviamente: caffè, ammazzacaffè e rum, servito con scagliette di cioccolato fondente a lato perché, senza, sarebbe risultato troppo spoglio.

Alla fine dei festeggiamenti, verso le tre del mattino, eravamo rotolati ognuno nel proprio giaciglio, dormendo un sonno anch’esso ristoratore fin verso le dieci e mezza. Al risveglio, mi ero affrettata in cucina per preparare il caffè, così gli ospiti si sarebbero svegliati con il profumo inebriante della moka.

“Oh, menomale che si fa colazione: ho una fame!”, avevo sentito dire alle mie spalle.

Stupita da tale affermazione, avevo risposto: “Menomale: qua c’è un sacco di roba da mangiare!” e mi ero sbrigata a tirar fuori dalla dispensa il necessario per una degna colazione.

2 Ancora un languorino

Uno dopo l’altro, poi, gli inquilini di quelle inverosimili festività si erano manifestati in cucina, aiutandomi ad allestire nuovamente la tavola.

L’elenco delle vivande che vi erano state disposte comprendeva tre panettoni, il sovra citato mascarpone – ancora da finire – un vassoio di croissants assortiti, latte e biscotti, una crostata alla crema, pane tostato con salumi misti, ciambella bicolore, tre varietà di yogurt, succo di frutta e caffè. Accanto, avevo incluso anche una selezione di infusi biologici e tisane drenanti, che però nessuno aveva consumato, probabilmente perché non in linea con la tendenza alimentare intrapresa.

Ormai satolli, dopo colazione avevamo strisciato verso il divano e avevamo guardato un po’ di tv. Qualcuno aveva ventilato l’ipotesi di una breve passeggiata digestiva, ma l’idea – oltremodo salutistica – era stata abbandonata quasi subito e con veemenza, dopo che l’allegra brigata aveva notato le pericolose nuvolette che andavano addensandosi verso nord.

Un’ora dopo l’abnorme colazione, ancora ebbri di cibi dolci e salati, andavamo fantasticando sull’uscire per prendere un aperitivo in centro.

“Ho proprio voglia di un bello spritz, si sì!”, mi ero ascoltata esclamare, senza capire da dove potesse uscire quell’ulteriore desiderio di ingurgitare altro.

“Ma non c’è mica bisogno di uscire: possiamo farlo qui, l’aperitivo!”, aveva rilanciato qualcuno di quei sei diavoletti ingordi e, in men che non si dica, a settantadue minuti dalla prima colazione, avevamo di nuovo apparecchiato il tavolo, stavolta allegandovi una discreta quantità di alcolici.

3 Aperitivo senza remore

Müller Thurgau, Prosecco, Lambrusco e Campari avevano fatto il loro ingresso trionfale a tavola, accompagnati da grissini con prosciutto, crackers e formaggio, frutta fresca e secca, focaccia alle olive, bignè salati, arachidi, pistacchi e anacardi.

L’aperitivo era durato fino a mezzogiorno circa, dopodiché avevamo sparecchiato e pulito la cucina da cima a fondo. Qualcuno si era fumato una sigaretta e aveva messo su un’altra moka, per concludere l’aperitivo con un bel caffè forte e amaro, anch’esso classificato come “sgrassante”.

Affatto fiaccati dalle imprese della mattinata, ci eravamo disposti in veranda a chiacchierare, fumare e ascoltare musica ma, dopo un’oretta, l’ombra di un qualche altro diavolo era di nuovo passata fra noi, suggerendo a qualcuno di “metter su la pasta per il pranzo”. Sì perché, di quel passo, avevamo terminato le vivande già pronte e, se avessimo voluto mangiare altro, ora avremmo dovuto rimboccarci le maniche e metterci al lavoro.

“Ma non è necessario: possiamo andare a prendere qualcosa da asporto!”, aveva proposto il ghiottone di turno e, così, qualcuno si era lavato e vestito e aveva preso la macchina per andare alla ricerca di cibo.

D’altra parte, erano ormai quasi settantacinque minuti che non si mangiava nulla.

4 L’abbuffata continua

Al ritorno, avevamo azionato le piastre e messo a scaldare una quantità esagerata di piadine artigianali, poi farcite con mano pesante nella duplice versione dolce/salata. Dopo l’ennesima prova a cui avevamo sottoposto i nostri strapazzati stomaci, di nuovo eravamo rotolati a letto, per rigenerarci dalle ultime fatiche con una pennichella di un paio d’ore.

I restanti quattro giorni erano trascorsi così, con un’abbuffata dopo l’altra, senza che nessuno avesse la voglia – o il coraggio – di proporre quantomeno una tregua.

Arrivò dunque l’ultimo giorno di vacanza. L’indomani saremmo dovuti tornare tutti quanti ai nostri impieghi e alle nostre vite normali, sicuramente ciascuno portandosi addosso svariati chili di troppo. Ricordo che eravamo alquanto mesti, quel giorno. L’idea di rimetterci in riga e tornare a lavorare ci atterriva. La prospettiva di abbandonare quelle mangiate storiche risultava a tutti assolutamente indigesta.

Dopo esserci abbuffati come al solito, però, arrivò l’ora che gli ospiti preparassero lo zaino e facessero ritorno a casa. L’atmosfera si era fatta oltremodo triste e pesante.

“Ma cosa ne dite di andare tutti al ristorante giapponese, stasera?”, saltò su qualcuno dalle retrovie mentre finivo di spazzare il pavimento.

5 L’idea geniale

In men che non si dica lo spirito di ogni componente dell’ingorda brigata si risollevò e tornammo improvvisamente ad avere un motivo per sorridere. Ci mettemmo in ghingheri (coi bottoni delle camicie e delle giacche che tiravano un po’), salimmo in macchina e ci avviammo in direzione del ristorante, pregustando con l’acquolina in bocca l’idea delle ghiottonerie che avremmo ordinato per concludere degnamente quelle dissennate ferie di fine anno.

Quando ci accomodammo al tavolo, sembravamo delle normali persone in procinto di godere di una bella cena in compagnia; i camerieri non avevano idea di chi si accingevano a servire.

L’elenco dei piatti che vennero portati a tavola quella sera sarebbe potuto entrare nella storia: non saprei ripeterlo, in questa sede. Fummo la rovina dell’ “all you can eat”. Se fossimo sopravvissuti alla serata, non avremmo più potuto metter piede in nessun ristorante di quel tipo.

6 Una degna “conclusione”

Già, se a quest’ora fossimo ancora vivi, probabilmente i nostri volti sarebbero appesi all’esterno di ogni locale, sopra alla scritta “Io qui non posso mangiare”.

Il primo a scoppiare fu Giovanni. A risultargli fatale fu l’ennesimo boccone di sushi, che, mandato giù insieme a un’abbondante sorsata di birra Sapporo, provocò il cedimento delle pareti gastriche dell’ignaro mangione, il quale – per fortuna, senza avvedersene – esplose in una miriade di brandelli sanguinolenti, che andarono a imbrattare i muri del locale.

Restammo tutti esterrefatti dall’accaduto, con le posate ferme a mezz’aria. Nessuno si azzardò a pronunciare verbo, e nel ristorante non volò nemmeno una mosca per svariati minuti, probabilmente per il timore di essere mangiata anch’essa da uno dei commensali di quel terribile tavolo.

“Al diavolo: voglio morire così anch’Io!”, dichiarò Raffaella, rompendo infine il silenzio e la tensione e, con un gesto teatrale, sfiocinò con la forchetta un enorme pezzo di salmone, che portò alla bocca senza ripensamenti e deglutì facendo schioccare l’esofago.

Anche lei esplose dopo pochi secondi, aggiungendo i suoi brandelli sanguinolenti a quelli già schizzati sulle pareti, un tempo candide, del ristorante.

Dopo, fu il turno di Piero, Giorgio, Simona e Michele, che uno dopo l’altro scelsero di andarsene allo stesso modo. Io avevo deciso tacitamente di essere l’ultima. Prima, saldai l’esorbitante conto. Poi tornai al tavolo, mi accesi una sigaretta – l’ultima davvero – e mi guardai intorno, per fissare bene negli occhi tutta la scena e potervela descrivere meglio prima della mia dipartita.

7 Rimasta sola

C’erano due bambini che filmavano la scena con il loro smartphone, per nulla scioccati dalle contingenze e, anzi, visibilmente galvanizzati dalla prospettiva di innumerevoli visualizzazioni su youtube.

Quattro donne vomitavano la cena, imbrattando con altro sozzume i muri di quello sciagurato ristorante. A tale vista, misi la mano in tasca e consegnai all’ammutolito e cinereo titolare tutto il contante che avevo.

Tutti gli avventori avevano gli occhi puntati sulla sottoscritta, il viso contratto in un misto di repulsione, sgomento, disapprovazione e malsana curiosità. Nessuno che accennasse a lasciare la sala, nonostante il concreto pericolo di essere imbrattato dalle imminenti esplosioni organiche.

Perfino al di fuori dell’edificio, qualche voyeur dell’ultim’ora si era fermato di fronte alle vetrate a contemplare la scena, qualcuno armato di tablet o telefonino per catturare le prodigiose immagini e poi farne chissà quale uso.

Mi scuso se non ricordo altri dettagli, ma quelli più salienti erano questi.

8 Un pesce di nome Wanda

No, non è vero: un altro particolare che catturò la mia attenzione fu che uno dei camerieri si mise a coprire con un telo l’acquario posto a lato del bancone; ricordo che provai brevemente e riflettere sul motivo di quell’azione: se per proteggerlo dall’imminente esplosione oppure se per la paura che alla sottoscritta venisse voglia di mangiarsi uno dei pesci che vi sguazzavano all’interno. Ciò mi fece venire alla mente una scena del film “Un pesce di nome Wanda” e mi suscitò una risata sproporzionata ed ingiustificata, che tuttavia non fui in grado di reprimere.

Sghignazzando a squarciagola, dunque, tornai con lo sguardo a quella tavola disastrata e tirai le ultime boccate di fumo. Il mozzicone lo spensi sulla pancia di un merluzzo, che mi fissava anche lui esterrefatto dal suo giaciglio di ceramica, al centro del tavolo. Non riuscivo a smettere di sbellicarmi.

Recuperai la forchetta e mi presi qualche istante per scegliere la pietanza con cui uscire definitivamente di scena e raggiungere i miei amici nel paradiso degli ingordi.

Un bocconcino di nutella fritta sormontato di panna montata mi parve più che appropriato.”

Racconto grottesco di ©Anna Rambaldi, 18 settembre 2018


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Immagine di copertina da Wikimedia Commons: Peter Bruegel il giovane, Banchetto nuziale davanti a una fattoria.

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