Racconto surreale “CONSEGNA A DOMICILIO”

Racconto surreale ed umoristico

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1 Clausura

L’isolamento era giunto, ormai, al ventunesimo giorno. La donna, a quel punto, sei era rassegnata ad una reclusione domestica senza deroghe, fatta di pasti solitari, riposini sul divano, navigazioni sull’Internet, consegne a domicilio, videochiamate con le amiche, chat con le amiche, sfide virtuali con le amiche, chiacchiere al telefono con le amiche, foto di gatti scambiate con le amiche.

E gli uomini? Dov’erano, in tutto ciò, gli uomini?

(In risposta, il Nulla assoluto, come quello de La Storia Infinita).

Niente uomini. No parrucchiere. Zero estetista. Mai shopping. Niente massaggi, bandito ogni sport, nessun aperitivo, niente di niente di niente. Bisognava stare in casa, non c’erano alternative. Alcuni dicevano “Andrà tutto bene”, adducendo a tale affermazione (ridicoli) arcobaleni; lei invece pensava soltanto: Un corno!

Andrà tutto bene, un corno! Senza uomini, un corno! Senza lavoro, senza parrucchiere, senza estetista, senza shopping, senza massaggi, senza sport, senza aperitivi: un bel corno, che andrà tutto bene! Uno stracorno, che andrà tutto bene.

Voglio sbronzarmi e trovare compagnia, era il suo chiodo fisso, altroché arcobaleni del piffero. O del corno.

2 San Camioncino

Per le sbronze, nel tempo aveva trovato una soluzione. Un santissimo camioncino della cantina Tal-dei-tali che produceva vini sul Lago di Garda provvedeva a recapitarle a domicilio con cadenza settimanale qualche ottima bottiglia di rinvigorente pozione magica. E quella era una cosa risolta.

Ma per gli uomini, che fare?

Già, per gli uomini, che fare?

Che fare, per gli uomini?

Flash improvviso. Computer. Amazon. Accedi.

Stampante 3D. Stampa 3D. Stampa Uomo 3D. Configura. Riepiloga. Metti nel Carrello. Paga. Tempo di consegna: 15 giorni.

(Quindici giorni! QUINDICI GIORNI! QUIN-DI-CI! Aaaarrrrgggg!).

Doppia scorta di vino magico.

3 Quindicesimo Giorno

Le 14,30 del quindicesimo giorno. Squillo di campanelli. Il corriere. Un pacco di dimensioni spropositate.

“Sì, lo metta pure qui dentro”, disse al corriere, facendogli depositare l’ingombrante imballo in salotto, imbacuccati – lui e lei – in un pittoresco fagotto di mascherine, occhialoni, guanti monouso e tute cerate full body.

“Grazie, grazie, arrivederci” (forse).

Ora era sola con l’Uomo stampato in 3D, imprigionato nello scatolone come lo erano le figure di Michelangelo nel marmo: da liberare al più presto!

Taglierino, via lo scotch, aperti i lembi della confezione, via il polistirolo. Un affascinante esemplare d’uomo di razza caucasica, con i suoi capelli neri, la sua barba di qualche giorno (?), le mani dalle dita affusolate, le labbra carnose e i gli occhi scuri la fissava da dentro quella sua provvisoria dimora cartacea. Lo estrasse e lo mise a sedere sul divano.

“Un bicchiere di vino, mio adorato?”, gli domandò, senza aspettarsi risposta alcuna.

Infatti, nessuna risposta.

“Beh, io me lo bevo”, gli disse comunque, versandosi in un calice una generosa dose di pozione magica del Garda.

“Alla salute!”

L’Uomo la osservava privo di intelligenza dalla sua postazione sul divano.

Lei lo osservava priva di aspettative appoggiata al tavolo del salotto.

“Mhm. Che fare, adesso?”

Rimase a fissarlo per un po’. L’Uomo se ne stava fermo immobile e non favellava, com’era ovvio che fosse.

“Non disperare, mio caro, ora si trova una soluzione.”

4 Il rituale

La donna sgomberò il tavolo e lo coprì con un drappo. Vi posò sopra tre candele, erbe del giardino, pietre magiche, incenso, frutta, acqua e sale, girò tre volte intorno all’altare e incominciò a formulare delle frasi rituali.

“Vuoi tu vivere?”, chiese, a un certo punto, indirizzandosi all’Uomo inanimato.

Nessuna risposta.

“Tipico caso di silenzio-assenso”, annuì lei, e ricominciò a pronunciare le sue formule.

Una volta terminato il rituale, girò tre volte intorno al tavolo nel senso contrario, ringraziò e andò a sedersi di fianco al suo inerme spasimante. Gli accarezzò i capelli con gentilezza e poi si mise a fare qualche lavoretto in casa. Lui, dal canto suo, se ne stava appoggiato al divano, disinteressato a tutto ciò che accadeva attorno.

Arrivò sera. Nessun cambiamento. La donna preparò dei manicaretti e li offrì al suo silente ospite. Che, ovviamente, non li accettò e non si mosse di un millimetro.

“Non preoccuparti, mio adorato, domani ne cucinerò degli altri. Avrai una fame da lupi!”.

Cenò, sparecchiò e lavò i piatti adocchiando di tanto intanto fuori dalla finestra. Luna crescente. Un ultimo calice di vino e poi decise di andare a coricarsi. Stese sul divano il suo ospite e lo coprì con un morbido plaid.

“Buonanotte, tesoro, a domani”, gli disse, e lo baciò sulla guancia.

4 Sedicesimo Giorno

L’alba del sedicesimo giorno. Rami che strusciavano contro il muro e contro le finestre. Aria gelida: decisamente gelida, per essere già il primo aprile. La donna scese da basso, fiduciosa. Un profumo di caffè, qualche nota di giradischi.

“Buongiorno, mio caro!”, sorrise all’Uomo quando entrò in cucina, per nulla sorpresa.

Lui, era intento a tostare pane ed apparecchiare la tavola. Le fece un ampio sorriso di rimando e le porse una bella tazza di caffè nero fumante.

“Mhm, grazie, che gentile!”, gli disse, e lo baciò.

Lui la strinse fra le braccia e poi si rimise a preparare la colazione, senza profferire parola.

Quest’Uomo è particolarmente taciturno, pensò lei vagamente, ma poi arrivò il furgone del vino e si distrasse.

Si sedettero a tavola e fecero colazione (una colazione squisita).

“Che buono! Buonissimo! Non ho mai voglia di farmi le uova: grazie, sono squisite!”, esclamò, entusiasta.

Lui, in tutta risposta, le sorrise con tanto di fossette ai lati della bocca, inchinò il capo e alzò la tazza del tè come per fare un brindisi.

“Alla nostra!”, brindò lei, felice, e trascorsero tutta la giornata amabilmente insieme, come una vera coppia.

5 La sera

Dopo cena, l’Uomo accese nuovamente il giradischi e fece andare un vinile di Otis Redding. La invitò a ballare e danzarono per un tempo che parve a entrambi dolcemente infinito. Quando furono stanchi, si rilassarono sul divano e stettero per un po’ in intimità.

“Ma io non so nemmeno come ti chiami!”, sussurrò lei all’orecchio dell’Uomo, ancora abbracciata a lui.

Lui si acciglio, poi indicò lei, con aria interrogativa.

“Io? Io mi chiamo Sonia. Ma tu? Come ti chiami? E perché non parli mai?”, insisté.

L’Uomo aprì leggermente la bocca ed emise un soffio, ma non ne uscì alcun suono. Si indicò la bocca e fece un gesto che significava: Non funziona.

“Non funziona. Non funziona”, rifletté lei, sfregandosi i polpastrelli sul mento.

“Perché non favelli?”, si chiese poi a voce alta, alzandosi e cominciando a girare per la stanza in cerca di una risposta.

“Perché non favelli?”, gli domandò di nuovo, ragionando intensamente, e il volto di lui si rabbuiò.

Qualche minuto di silenzio, poi la rivelazione.

“Ma per forza non parli! Che scoperta! Non ti ho stampato la lingua!”, esclamò la donna, battendo le mani tra loro e portandosele alle tempie, all’improvviso.

Il volto dell’Uomo si illuminò di comprensione. Annuì.

Una lunga pausa, poi lei tornò a sedersi di fianco a lui. Lo prese per mano e l’Uomo le sorrise.

“Beh, sai che cosa c’è? Fa lo stesso, mi vai bene anche così!”, decretò, e si baciarono.

©Anna Rambaldi, 1° Aprile 2020


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L’immagine in evidenza per questo racconto surreale è di klimkin @pixabay

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